Lodi per Mostar onlus

... il gesto di distruggere un ponte resta per me un'offesa misteriosa, più profonda della semplice demolizione di un manufatto. Porta con sé un oltraggio, una mano che strappa via i punti di sutura di una ferita. Perciò ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.
ERRI DE LUCA, Ponti

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Istituto professionale “Luigi Einaudi”

Lodi
  • MATRIMONIO
  • NOME
  • PREGHIERA
  • SUONO
  • ODORE
MATRIMONIO
In genere in Albania il giorno in cui vengono celebrate le nozze è la domenica, ma è ancora viva la tradizione che fa durare il rito dal giovedì alla domenica, con danze, canti, banchetti e lunghe conversazioni tra parenti, amici e amiche. Il giorno delle nozze la sposa viene adornata con la keza, il tradizionale copricapo di velluto o seta ricamato che copre le trecce annodate dietro la nuca. La keza è distintiva dello stato coniugale, mentre gli anelli significano la consegna reciproca del destino e la fedeltà assoluta.
Anisa vive in Italia ormai da molti anni, eppure le riesce ancora difficile pensare di sposarsi con un italiano; non crede che un italiano sarebbe in grado di capire un cerimonia tradizionale albanese, in quanto abituato a riti molto meno impegnativi e molto più attenti all’esteriorità.
Le ragazze arabe e musulmane del gruppo, se egiziane si sentono più condizionate dalla famiglia, se tunisine, si sentono molto più libere rispetto alla tradizione.

Il matrimonio in Egitto inizia con la richiesta della mano della sposa da parte del futuro marito. Se la ragazza non è d’accordo la famiglia può accettare la sua decisione, ma capita ancora che i genitori la obblighino a sposare l’uomo che lei non vorrebbe. Dopo la promessa, il marito deve dare alla sposa una somma di denaro chiamata mahar e mettere a disposizione una casa per la moglie. Lo sposo poi deve regalarle dei gioielli: il dono si chiama shabka. Quello del matrimonio è un giorno che noi ragazze arabe attendiamo con grande ansia, con la speranza di avere una festa meravigliosa. Eppure anche noi sappiamo che le cose potrebbero andare male.
Nel mondo arabo, per esempio, il marito può ripudiare la moglie, pronunciando tre volte la parola thaet. La donna musulmana non può sposare un non musulmano, mentre questo per l’uomo è possibile. La donna non può avere più di un marito, mentre l’uomo può avere quattro mogli, alle quali, però, deve garantire una esistenza decorosa. Vogliamo ricordare che la poligamia è legata al Corano, ma Maometto la legittimò solo per garantire una protezione alle tante donne rimaste vedove a causa delle guerre di espansione e impose al marito di trattarle con giustizia, cosa che purtroppo non sempre accade. Sulla poligamia, però, il mondo arabo è molto diversificato e in realtà questa pratica non è diffusa. Non ci è possibile, per ragioni di spazio, riportare i dati della ricerca svolta da Khouloud, ma ci limitiamo a ricordare che attualmente questa pratica in Turchia e in Tunisia è vietata dalla legge, mentre in Egitto, in Libia e in Marocco ha forti restrizioni.
Per quanto ci riguarda, tradizionaliste o meno, di certo la poligamia non rientra nelle nostre prospettive matrimoniali! A noi ragazze piacerebbe avere un grande amore come quello di Paolo e Francesca, che Dante ha descritto nella Divina Commedia: le loro anime, unite nella vita, lo saranno per sempre.
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NOME

Nel nome è racchiuso il destino di una persona. Anisa, di origine turca, vuol dire “amichevole”, Norhan in arabo significa “la luce”, mentre Hadir vuol dire “rumore dolce. Ola corrisponde a “tutto ciò che è elevato e potente”, Khouloud è il termine italiano “eternità”.
Il nome Grace è francese e vuol dire “grazia”. Ha un’origine bellissima: Grace si chiamava Folon, ma un giorno - aveva appena due anni e viveva ancora nella Repubblica Democratica del Congo - ingoiò un oggetto che avrebbe potuto farla morire. Per fortuna fu salvata e allora i suoi genitori le cambiarono il nome per ringraziare la Madonna. Il nome di Nina lo ha scelto per lei la suora tedesca che l’ha allevata in Costa D’Avorio presso la missione.
Nomi magici, indipendentemente dal fatto che li portino donne o uomini. Il termine donna, però, nei secoli è sempre stato legato ad altri due nomi: madonna e strega. Abbiamo provato a confrontarci con questi due termini.
Alcune ragazze arabe del gruppo portano il velo. Gli altri spesso fingono di non guardare o fanno commenti ironici o insistono perché le ragazze cambino abitudini e abbigliamento. Qui pochi capiscono; il velo, anche se allegro, colorato, ricamato, è una barriera spesso insormontabile. Allora invitiamo le compagne e i compagni a una mostra di pittura: un quadro mostra una bellissima Madonna con il capo e le spalle coperti da un manto azzurro. Entriamo in Duomo e la statua della Madonna presenta lo stesso velo; guardiamo tra i disegni di un bambino alla scuola d’infanzia: ecco la scena dell’Annunciazione con la Madonna che porta lo stesso manto azzurro. Allora ci chiediamo: «Che non siano più capaci di vedere?» Non lo sappiamo, ma siamo sicure che pochi conoscono la Surath Maria, ovvero i versi che il Corano dedica alla Madonna per celebrarla: «In verità, o Maria, Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo» (III, 42). L’Inviato di Allah disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa del faraone che salvò Mosè dalle acque del Nilo), è una delle signore del Paradiso.
L’altro nome, strega, si associa invece a una realtà ben diversa da quella del Paradiso, anzi più simile all’Inferno. Ci hanno guidato Grace e Nina, che sono bene informate sulla stregoneria perché nei loro Paesi d’origine, la Repubblica Democratica del Congo e la Costa d’Avorio, a causa delle guerre e della miseria che genera ignoranza e disperazione, si sa cosa significa essere considerate streghe. Le bambine e i bambini che vengono accusati di essere dotati di poteri magici e quindi di portare sfortuna vengono abbandonati a sé stessi anche piccolissimi e questi casi stanno moltiplicandosi. Grazie al contatto con l’associazione lodigiana “Movimento Lotta alla Fame nel Mondo” sappiamo che nella Repubblica Democratica del Congo, a Bukavu, nel Kivu Sud, esiste una casa di accoglienza per bambine accusate di stregoneria. Il centro, nato nel 2001, all’inizio doveva accogliere solo nove bambine, ma più di duecento vi hanno già soggiornato. A sua volta, l’Archivio Storico Diocesano di Lodi offre un percorso didattico proprio sui processi alle streghe nel Lodigiano durante i secoli dell’Inquisizione. Riportiamo il commento stupito di Grace e Nina: «Ma erano streghe “bianche”?».
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PREGHIERA
Ci siamo chieste che valore hanno per noi la preghiera e i simboli religiosi. Alcune pregano con costanza, altre solo quando si sentono in pericolo o cercano un incoraggiamento, per altre che si preghi o no non ha molta importanza. Più o meno le stesse risposte, indipendentemente dal credo religioso.
Chi non ha avuto una vera e propria educazione religiosa, né nel Paese d’origine, né in Italia, si sente incompleta e insicura. Chi ha una forte fede si dimostra molto più matura delle altre e viene spesso ricercata per dare consigli. Chi è in bilico tra due mondi, due modi di pregare e di essere, è consapevole che per lei la ricerca di un equilibrio non sarà facile. Siamo diverse, ma c’è un elemento che ci rende tutte e tutti simili, ovvero il riconoscimento dell’immenso valore che hanno i simboli delle grandi religioni.
A proposito di questi simboli, la discussione sul crocefisso in classe è quanto mai attuale. Dopo aver conosciuto opinioni diverse, siamo giunte a condividere le riflessioni elaborate da autorità di due religioni diverse. Adonis, il maggior poeta arabo vivente, più volte candidato al Nobel, in un’intervista rilasciata al quotidiano «La Repubblica» il 6 gennaio 2010 sostiene che: «Un buon musulmano prega anche senza simboli». Egli si interroga sulla funzione del minareto e sostiene che è possibile adempiere il precetto della preghiera anche in sua assenza. Adonis conclude l’intervista con questa frase, che ci sembra davvero all’altezza dei grandi cambiamenti contemporanei: «Uno dei compiti più importanti dei musulmani oggi, in particolare dei musulmani in Europa e altrove, deve essere quello di rivolgersi ai mondi interiori dell’uomo... insomma, costruire nel proprio cuore e nella propria mente minareti che connettano il loro patrimonio culturale con quello dell’Altro».
Condividiamo anche le tesi della associazione studentesca cattolica MSCA di Lodi, che, nel periodico «Ossigeno» del dicembre 2009, parte dalla sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo del 3 novembre 2009, secondo la quale la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una inadempienza «del diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni». La Croce è il simbolo di ciò che il Cristianesimo ha lasciato al mondo intero: il gesto di donare la propria vita per gli altri. Però la sua imposizione nelle classi si deve a una legge fascista, voluta dal Duce non per la sua grande religiosità, ma per ottenere il sostegno della Chiesa al regime: qualsiasi altra legge promulgata in democrazia sarà senz’altro più giusta di quella. Usare il crocefisso per imporre una cultura sulle altre non è accettabile, la soluzione migliore sarebbe forse quella di avere un simbolo di qualsiasi confessione religiosa presente in classe. Il MSCA conclude con questo invito rivolto a tutti «Siamo chiamati a unire, non a dividere […] a essere segno di Gesù tra i banchi di scuola, con o senza crocefisso a ricordarci il suo sacrificio e il suo messaggio». Anche noi, musulmane, cattoliche o ortodosse ci auguriamo di essere capaci di unire e di condividere, come abbiamo fatto durante le ore di «Babele».

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SUONO

Crediamo che sia importante per noi adolescenti renderci conto che è la diversità la vera ricchezza della civiltà umana, come sostiene Hannah Arendt. L’esperienza di «Babele» è stata molto utile, in quanto abbiamo potuto sperimentare direttamente le diversità linguistiche tra i popoli.
La lingua araba non ha subito variazioni significative nel corso dei secoli, invece alle lingue locali dei popoli dell’Africa per secoli i colonizzatori europei hanno imposto una normalizzazione, codificandone una forma scritta o letteraria. Molte di queste lingue appartengono alle lingue tonali, nelle quali le parole si differenziano a seconda del tono col quale si pronunciano le sillabe. I toni che si sono conservati sono oggi solo due, il basso e l’alto, e diversi parlanti sostituiscono il tono alto con l’accento. In Congo, accanto al francese usato e studiato come lingua ufficiale, ci sono tante lingue quante sono le etnie più numerose. Le più importanti sono lo swahili, il shiluba, il kikongo e il lingala. Oggi il lingala è una lingua franca o commerciale, parlata nella parte nord-occidentale della Repubblica Democratica del Congo (Congo-Kinshasa) e in gran parte della Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), oltre che in alcune province dell’Angola e della Repubblica Centrafricana. È parlato da più di dieci milioni di persone come seconda lingua. Proprio questa lingua, di certo nota a pochissime persone in Europa, ha riservato al gruppo di «Babele» una sorpresa: la nostra ricerca di elementi comuni, di differenze che avvicinano, il nostro continuo dialogo ci ha portato nel cuore della globalizzazione, ovvero negli studi cinematografici della Disney. La formula magica del Re Leone, conosciuta almeno dal cinquanta per cento dei bambini del mondo (quelli fortunati?), usata per traduzioni in tutte le lingue, è una espressione in lingua lingala. «Hakuna matata!» significa proprio «Nessun problema!».

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ODORE
Gli odori sono un pezzo della nostra carta d’identità. Rimangono dentro di noi forse per sempre.
Anisa, quando è arrivata nel Lodigiano dall’Albania, si sentiva diversa, ma la cosa che meno le piaceva erano gli odori, soprattutto quello che proviene dagli allevamenti di suini. Però va matta per la cucina italiana, che definisce “eccezionale”. Tra i dolci comunque preferisce il tiramisù, dal profumo che le ricorda il dolce della nonna.
Anisa è albanese, ma per Ola, Hadir, Khouloud, egiziane e tunisine, le cose sono più complicate. Il profumo inconfondibile dei piatti arabi deriva dalla presenza delle spezie che gli arabi introdussero nei loro commerci nel Mediterraneo, tra cui lo zafferano, il cumino, il cardamomo, la cannella. I dolci, a base di mandorle e miele, sono aromatizzati con essenze delicate come la rosa e il fiore d’arancio. I fiori d’arancio sono utilizzati in alcuni paesi arabi per aromatizzare l’acqua che servirà alla preparazione di altri piatti. I falafel, polpettine di fave o di ceci, sono molto popolari in Egitto e si dice fossero già conosciuti ai tempi dei faraoni; il loro profumo probabilmente è noto a molte persone in Europa, dove i piatti arabi sono ormai diffusi, e deriva da ceci, cumino, cipolla, prezzemolo, aglio, coriandolo, olio, pepe, sale.
I popoli del Congo - spiegano Grace e Nina - basano la loro l’alimentazione sul fufu, una polenta preparata con il mais o la manioca. Alle feste non mancano mai le foglie di manioca, che si mangiano con il fufu: è un cibo che piace a tutti ed è economico. La manioca è un tubero largamente coltivato in Africa tropicale, in Asia e in America Latina, a livello mondiale è la quarta coltivazione per importanza nei paesi in via di sviluppo. È l’alimento base di circa un miliardo di persone in centocinque paesi, dove questi tuberi forniscono oltre un terzo delle calorie quotidiane. Il sapore della manioca è più intenso, ma anche più dolce di quello della patata e non bisogna stupirsi, quindi, che tutti i congolesi ne siano golosi.
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I testi presentati in queste pagine sono il frutto di un lavoro comune realizzato dal “Gruppo Babele”: Manuela Albanino, Ola Abdel Mohsen, Hadir Abdel Rahman, Alice Bandirali, Nadia Bassini, Maria Bertoglio, Roberta Caiazza, Daniela Cifarelli, Anna Teresa Casciello, Elisa Frignati, Martina Fugazza, Maria Giunta, Nourhan Hashem, Nina Kakou, Stefano La Scala, Sara Lorenzano, Grace Mambu Lau, Jessica Medaglia, Clarissa Menna, Khouloud Naceur, Deborah Pizzi, Giacomo Lorenzo Poli, Anisa Spaneshi, Francesca Saullo.