Lodi per Mostar onlus

... il gesto di distruggere un ponte resta per me un'offesa misteriosa, più profonda della semplice demolizione di un manufatto. Porta con sé un oltraggio, una mano che strappa via i punti di sutura di una ferita. Perciò ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.
ERRI DE LUCA, Ponti

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voci dalla rete
Il faro di Antonio Greco
Il faro che illumina questa pagina è di Antonio Greco, per gentile concessione dell’autore.
Antonio Greco è un artista di respiro internazionale che vive e lavora a Vernazza.

www.lineacinqueterre.com

SEGNALI DI LUCE È vero: dalle nostre finestre non riusciamo a vedere la luce. Per quanto le nostre città siano floride, illuminate, sicure, non riusciamo a vedere la luce. Possiamo munire le nostre strade di fanali dagli occhi spalancati, popolare i nostri muri di telecamere elettriche, tracciare nei nostri quartieri i confini di ghetti sempre nuovi, ma non riusciamo a vedere la luce. Il buio avanza, il nulla dilaga. Abbiamo permesso di legittimare il discorso sull’odio, immemori delle tragedie del passato recente; abbiamo accettato la teoria dei diritti variabili, istituendo ancora una volta gerarchie tra esseri umani; abbiamo lasciato massacrare dalla fatica e dall’ingiustizia i nuovi schiavi nelle nostre case, nei nostri campi, nelle nostre officine, voltando il viso con indifferenza o disgusto a non incontrare lo sguardo dell’altro (straniero, detenuto, omosessuale…). E abbiamo perso, anche, sogni e speranze. È più facile dominare chi non crede in nulla, è il modo più sicuro di conquistare, e mantenere, il potere. Per questo non riusciamo a vedere la luce: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (Giovanni, 3,19). «Babele» sceglie la luce. Non rinuncia alle speranze, non dimentica i sogni. Lascia ad altri l’ambizione di elevare torri che tocchino il cielo, si innalza un poco soltanto, faro precario e ostinato, per lanciare segnali di luce, parole di convivenza, avvisi ai naviganti in una notte che pare senza fine. Dice un antico racconto ebraico (nella narrazione di Marco Bonatti): «Un vecchio rabbino domandava un giorno ai suoi allievi: - Da che cosa si può riconoscere il momento in cui la notte finisce e il giorno comincia? - Forse quando si comincia a distinguere nettamente un cane da una pecora? – No - rispose il rabbino. - Forse quando si comincia a distinguere una quercia da un fico? – No - rispose ancora il rabbino. - Ma allora, quando? - domandarono gli allievi. - Quando, guardando il volto di qualunque uomo, riconoscerai il tuo fratello o tua sorella. Fino a quel momento fa notte nel cuore». Laura Coci

Segnali di luce (pdf. 29 KB)

IL VOCABOLARIO DI «BABELE» Cinquanta parole per leggere il mondo

Cinquanta parole. Sono le parole che compongono il vocabolario racchiuso in questo ultimo numero di «Babele», il giornale della rete di progetto delle scuole superiori lodigiane, luogo di incontro di persone, lingue, culture, cantiere sociale in fervido e continuo mutamento. Cinquanta parole possono apparire poche (è lecito esprimere la «straziante meravigliosa bellezza del creato» in sole cinquanta voci?) o, al contrario, molte (tutto può sciogliersi in una sola parola ineffabile, unica per ciascun essere umano). Per docenti e studenti di «Babele» (mai parola fu più ambiziosa!) sono la giusta misura per leggere il mondo, declinarlo secondo la propria visione da proporre e condividere con altri, nella relazione e nello scambio. Cinque parole liberamente scelte da ogni istituzione, scolastica e no, della rete di progetto, che in questo anno è andata letteralmente “dentro”: dentro la Casa circondariale di Lodi, ove è cresciuto il decimo laboratorio di scrittura, che si è unito a quelli delle nove scuole secondarie di secondo grado e centri di formazione professionale, nodi storici della rete. Cinquanta parole, per una navigazione lessicale che lascia il porto tra i fanali rosso e verde di razzismo e convivenza (del primo è impossibile tacere, la seconda illumina il nostro agire), e alza le vele per avventurarsi tra voci carezzevoli (colore, ricordo, sguardo) e altre gravide di minaccia (diffidenza, paura, superstizione); tra vocaboli tecnici (alfabetizzazione, codice, legge) e altri ricchi di suggestione (lontananza, nostalgia, orizzonte); e, ancora, tra parole di grande forza evocativa e simbolica (amici, famiglia, noi, sguardo, tempo …). E accanto a ciascuna parola, con pari dignità, un’immagine fotografica che ne suggerisca lettura e significato, scattata e scelta dalle stesse ragazze e ragazzi italiani e stranieri autori delle memorie, liriche, narrazioni che danno vita al vocabolario di «Babele». Da abbraccio a viaggio, dunque, con due voci del vocabolario (nostalgia e terra) declinate due volte, in due letture differenti, per arrivare a un approdo ancora ignoto e comunque, si sa, provvisorio, dal quale voltarsi indietro per riconoscere il percorso compiuto in nove anni di lavoro comune, lasciando a chi saprà e vorrà ascoltarle le nostre parole.

Il vocabolario di Babele (pdf. 33 KB)