... il gesto di distruggere un ponte resta per me un'offesa misteriosa, più profonda della semplice demolizione di un manufatto. Porta con sé un oltraggio, una mano che strappa via i punti di sutura di una ferita. Perciò ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.
ERRI DE LUCA, Ponti

SPAZIO
Per le persone che si trovano nella mia stessa situazione la parola spazio ha molto significato, perché avendo sbagliato siamo costretti a vivere un periodo della nostra vita rinchiusi in uno spazio limitato e questo porta a molti disagi e a pensieri non felici. Quindi, quando ti trovi in questa situazione, secondo il mio punto di vista devi cercare di crearti i tuoi spazi dove non pensi a nulla. Io personalmente il mio spazio “rilassante” l’ho trovato nella palestra, perché quando inizio ad allenarmi i pensieri se ne vanno ed è come se staccassi la spina dalla testa. Un altro spazio “tranquillo” è la doccia, perché dopo aver lavorato tutto il giorno non c’è cosa migliore di una splendida doccia dove ti lavi via tutto quello che hai assorbito durante il giorno.
BeppeUna volta dentro, hai la sensazione che il mondo inizi a crollarti addosso, ti manca l’aria, i tuoi spazi sono ridotti al minimo, ogni tuo passo è controllato, sei seguito con gli sguardi dagli agenti e dai detenuti stessi. Inizi subito ad accorgerti che non hai più quella tua stanza, i giochi, il PC, il cellulare per mandare un sms a una persona cara, per vedere dove e come sta, i tuoi amici o quel piccolo cagnolino con il quale eri abituato a fare una passeggiata. Tutto questo sparisce in un istante e ti rimangono solo dei ricordi e il tuo unico spazio per anni sarà la tua branda, perché qualsiasi altro posto devi condividerlo con altre persone che hai conosciuto lì dentro, ognuna con qualche suo problema, con molta pazienza e forza di aspettare il ritorno a quegli spazi che hai lasciato ma non dimenticato.
Petar 
TEMPO

Santino
RESPONSABILITÀ
Responsabilità
sei come una bella donna
le belle donne nella vita le ho sempre perse
come te
che pur volendoti sempre nei miei pensieri
troppe volte ho persa.
Responsabilità, dal verbo respicere: il soggetto deve essere abile, capace di rispondere alle azioni e agli avvenimenti che si verificano nella vita nel migliore dei modi.
La responsabilità non è una condizione imposta, ma l’espressione della libertà di una persona nel rispetto delle esigenze e dei bisogni propri e altrui. Nascere è una responsabilità. Vivere è una responsabilità. Morire è l’esatto conto di quanto sei stato responsabile.
Dovremmo rispondere con responsabilità a tutto ciò che incontriamo o che ci costruiamo; a volte questo viene meno, ma non vuol dire che non siamo responsabili, ma semplici esseri umani.
L’essere detenuto impone responsabilità importanti, che non si possono ignorare poiché questo renderebbe invivibile la pena. Riuscire a convivere, mese dopo mese, in una cella con sei persone di cui due vanno e due vengono, sempre, ogni dieci giorni… è un successo.
Occorre tempo per conoscere e farsi conoscere dai propri “con-cellini” per evitare incomprensioni e litigi che graverebbero sulla condizione comune. Per questo l’ideale sarebbe spartire l’affitto con persone che hanno qualche “annetto” da pagare.
L’uomo ha l’atavico istinto di inserirsi in un gruppo, ne sente il bisogno, cerca la convivenza, perché ogni uomo è tanto libero quanto soggetto a crescere unitamente con gli altri.
La diversità è costruttiva e, comunque la si voglia intendere, assolutamente indispensabile.
Inizio di una nuova vita
Vastità
Uscita dal tunnel.
L’orizzonte è il punto d’arrivo, provvisorio o definitivo, la meta da raggiungere. La vita è un susseguirsi di obiettivi, che diventano il riferimento, il fine per cui combattere, schierarsi, a costo di essere soli. Sì, perché talvolta si lotta per il proprio orizzonte senza alcun aiuto, con la propria determinazione e caparbietà.
Il raggiungimento di un obiettivo comporta sacrifici, rinunce…
Non tutti i punti d’arrivo che ci si prefigge possono essere conseguiti: bisogna effettuare una sorta di selezione sulla base di una gerarchia di valori creata individualmente. Visualizzare un orizzonte è la speranza di continuare, lo spunto che ci offre l’opportunità di andare avanti, perché ci fa acquisire la consapevolezza di potercela fare con le nostre forze. Proprio come quando, giunti al termine di una giornata faticosa e impegnativa, guardiamo con soddisfazione la meta che abbiamo raggiunto: il nostro orizzonte. Talvolta, per non deludere i nostri progetti, le nostre aspettative, dobbiamo affrontare un percorso che fa nascere in noi la paura. La paura dovuta all’insicurezza, al fatto di non sapere cosa il futuro potrebbe riservarci, al rischio di trovare un ostacolo che fermi il nostro cammino, che ponga un arresto. Ma la paura è superata dalla curiosità, dalla voglia di esplorare, conoscere, dalla passione che ci induce ad andare avanti, a tentare, per poter vedere il nostro orizzonte più vicino. Perché non possiamo accettare che il nostro orizzonte resti un’utopia: esso deve divenire un’immagine concreta. L’orizzonte nasce dalla passione. È un punto d’arrivo per il quale bisogna essere pronti a sacrificare tutto. Non ha mai fine, e cambia sempre a seconda della posizione in cui ci si trova, del punto di osservazione, dalla prospettiva. L’orizzonte oscilla tra il finito e l’infinito, tra la tenacia di combattere con la propria determinazione, con la passione che ci induce a lottare e istanti di rassegnazione, in cui ci si ritrova a vedere un orizzonte opaco, come un vetro appannato dal calore…
L’orizzonte è il finale di un film, il punto d’arrivo, il termine di una corsa… come quando il sole incontra l’acqua: non un limite, ma una proiezione verso il domani..
Anche quando abbiamo paura
Siamo curiosi di esplorare l’orizzonte
Sono sceso, entrato in cella, cucinato quattro uova al tegamino, un’insalatina, due pere e un arancio, preparato un caffè che solo qua si fa, fuori si è sempre di corsa, solo qua per una questione di tempo. Sì, qua ne abbiamo a piacimento! Vedete che la galera può avere i suoi lati positivi, come tutte le fasi della vita, seppur negative, dovrete cercare dentro il vostro essere la forza di trovare il positivo, non è utopia, ma realtà, una realtà che potrà solamente portarvi a quella serenità di un orizzonte perduto.
Non voglio in assoluto far prediche, sto solo esternando le percezioni e sensazioni che in questi giorni mi avete dato, giorni in cui il tempo non ha avuto tempo, non abbiamo (e spero di parlare al plurale) dato importanza al tempo se non solo adesso, che già maledettamente maledico per non averne avuto di più a disposizione, rendendomi conto di come prima fosse reale il mio dire il tempo è boia, ora aggiungo tiranno!
Attraverso questo progetto, al quale non dovevo partecipare, mi si apre un nuovo orizzonte, come potete immaginare di orizzonti ne ho vissuti fortunatamente tantissimi, buoni e non, e da giovane quelli negativi li vivevo male, troppo male, non cercando il positivo nel negativo, li vivevo male al punto di non vederne più davanti, le famose crisi da superare.
Spero tanto che vi siamo stati d’aiuto, che abbiate avuto una impressione positiva dei detenuti, anche se mi sento più un prigioniero in attesa della scarcerazione o entrato in un programma che mi aiuti a superare l’ostacolo per me più difficile... Mi raccomando, divulgate questo messaggio, non rincorrete orizzonti fittizi, perché il tempo boia e tiranno sarà lì in attesa di farvi perdere i vostri orizzonti, come un conto aperto da pagare.
Ora, mie care, malinconicamente vi lascio, nella speranza, o quasi certezza, che un piccolissimo microscopico spazio del vostro cuore, come il mio, ci porti in serbo.
I testi e le immagini che colorano queste pagine sono stati composti nell’ambito di un laboratorio di scrittura realizzato nel febbraio 2010 all’interno della Casa circondariale di Lodi, a cura delle e degli studenti della classe 5a A del Liceo delle scienze sociali dell’Istituto “Maffeo Vegio” di Lodi (Gloria Bellini, Serena Bevacqua, Lucrezia Boffi, Sarah Bouhouda, Martina Brugnoli, Elena Dossena, Valentina Gazzola, Martina Lombardini, Eleonora Nazzari, Giulia Palumbo, Daniela Pesenti, Valentina Polo, Valeria Rizzetti, Cristian Leonardo Romero Cundines, Ilaria Sali, Fabiola Soffiantini, Erica Vitali, Sara Zani, Gloria Zucchelli), con la collaborazione dell’associazione Loscarcere onlus (Grazia Grena).
Il laboratorio è seguito alla presentazione e alla riflessione su alcuni canti del Purgatorio di Dante, a cura di Laura Coci e Grazia Grena.