... il gesto di distruggere un ponte resta per me un'offesa misteriosa, più profonda della semplice demolizione di un manufatto. Porta con sé un oltraggio, una mano che strappa via i punti di sutura di una ferita. Perciò ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.
ERRI DE LUCA, Ponti

Rigoberta Menchú nasce il 9 gennaio 1959, da una famiglia di contadini maya del gruppo quiché, in Guatemala.
A partire dal 1960, questo paese del Centro America subisce una serie di colpi di stato e governi militari, che sono all’origine di una lunga guerra civile, durante la quale l’esercito compie atrocità e massacri ai danni della popolazione maya. I genitori e i fratelli di Rigoberta sono tra le oltre 140.000 persone torturate e uccise nel paese, alle quali se ne aggiungono altre 50.000 desaparecidas. Per sfuggire agli “squadroni della morte”, nel 1981 Rigoberta va in esilio in Messico; nel libro Mi chiamo Rigoberta Menchú, scritto nel 1983 con l’antropologa Elisabeth Burgos, dichiara: «La mia causa ha le sue radici nella miseria in cui vive il mio popolo, nella denutrizione che ho visto e che come indigena ho sofferto, nello sfruttamento e nella discriminazione che ho provato nella mia propria carne». Per il suo impegno in difesa dei diritti del popolo maya vince il Premio Nobel per la pace nel 1992. Rientra in Guatemala nel 2003, per collaborare al processo di pacificazione nel paese.