... il gesto di distruggere un ponte resta per me un'offesa misteriosa, più profonda della semplice demolizione di un manufatto. Porta con sé un oltraggio, una mano che strappa via i punti di sutura di una ferita. Perciò ricostruire un ponte mi consola come un atto di medicazione, una cura prestata che rimette in piedi e in cammino una comunità.
ERRI DE LUCA, Ponti

«Senza un terreno solido sotto i piedi, me ne stavo nel centro della città e mi rendevo conto di che cosa significa essere profuga: vedere il contenuto della propria vita colar fuori lentamente, come da un recipiente rotto»: così scrive in un suo racconto Slavenka Drakulić, giornalista e scrittrice jugoslava, nata a Rijeka (Fiume) nel 1949 e vissuta a lungo a Zagabria.
Impegnata per i diritti delle donne, collabora con diverse testate, trattando principalmente temi femministi. Balkan Express, il suo primo libro tradotto in italiano nel 1993, costituisce la testimonianza dei massacri disumani compiuti nella ex Jugoslavia e della cinica assuefazione dell’essere umano nei confronti di queste atrocità. La Drakulić non vuole abituarsi all’orrore della guerra («credo che tacere e l’accettare in silenzio siano le forme peggiori di repressione»), una guerra durante la quale, in Croazia, chi non mostra sufficiente odio per il nemico viene messo al bando. Nel 1992 riceve continue minacce telefoniche e la sua proprietà viene danneggiata. Non sentendosi adeguatamente protetta, decide di lasciare il suo paese: vive per alcuni anni a Vienna, poi, con il marito, a Stoccolma.